Per le strade di Niguarda seguendo Lia, staffetta partigiana.

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Un itinerario per ripercorrere la storia di Gina Galeotti Bianchi, uccisa dai tedeschi il 24 aprile 1945 con un bambino di otto mesi in grembo: fu il primo quartiere di Milano a insorgere contro i nazifascisti

di Chiara Vanzetto _ Corriere della Sera

 

Via Imperatore Graziano e via Hermada a Niguarda, via Bartolini al quartiere Cagnola. Sono le tappe della coraggiosa vita di Gina Galeotti Bianchi, staffetta partigiana: un itinerario per ripercorrere la sua storia durante l’occupazione nazifascista. Ragioniera, nata nel 1913 a Suzzara in provincia di Mantova, visse gran parte della sua storia a Milano dove venne uccisa dai tedeschi il 24 aprile 1945 con un bambino di otto mesi in grembo. La Galeotti, entrata nella Resistenza e nel movimento antifascista a 16 anni con il nome di Lia, sposa nel 1938 l’operaio sindacalista Bruno Bianchi con cui condivide gli ideali e la lotta al regime, partecipa all’organizzazione degli scioperi contro la guerra nel marzo ’43: più volte presa e torturata, viene deferita al Tribunale Speciale e incarcerata come militante del Partito Comunista, ma non molla.

Liberata con l’8 settembre e la formazione del Governo Badoglio, torna immediatamente in attività: è membro del comitato provinciale dei Gruppi di Difesa della Donna, movimento precursore del migliore femminismo che a Milano conta allora 40mila aderenti, e come tale aiuta le famiglie di chi è stato vittima del nazifascismo, morto in montagna, in campo di concentramento. Proprio in questo ruolo perde la vita: nonostante sia incinta, sta andando in bicicletta all’ospedale Niguarda dove si trovano alcuni partigiani feriti con l’amica Stellina Vecchio, compagna di lotte. Niguarda è stato il primo quartiere di Milano a insorgere contro i nazifascisti, un giorno in anticipo rispetto alla data ufficiale della Liberazione: dunque è il 24 e non il 25 aprile.

Da un camion di soldati tedeschi in fuga parte una mitragliata che la prende in pieno: Lia muore a pochi passi dall’ospedale, in via Imperatore Graziano. Chi passa di lì alzi lo sguardo alla lapide che la commemora, posta al civico 32 (vandalizzata due anni fa). Una seconda targa si trova in via Bartolini, quartiere Cagnola, dove dalla casa al civico 49 Lia dirigeva i gruppi femminili della Resistenza. Una terza dedica è al giardino pubblico all’angolo tra via Hermada e via Val di Ledro, sempre a Niguarda. Spesso identifichiamo la Resistenza con il combattimento, la forza, la presenza evidente delle figure maschili, dimenticando il ruolo chiave delle donne e gli infiniti episodi di eroismo quotidiano che le hanno viste protagoniste. Gina è stata una di loro e raccontare la sua vita contribuisce, si spera, a costruire memoria e verità. Come ha fatto il regista e drammaturgo Renato Sarti, patron del teatro della Cooperativa, che con la sua pièce «Nome di battaglia Lia» (con Marta Marangoni e Rossana Mola e lo stesso Sarti) ne ha ricostruito le vicende con rigore storico e commozione al tempo stesso. Per non dimenticare.

9 marzo 2020 | 09:22

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On 9 marzo 2020
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